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Vincenzo Masotti  

SOFTWARE DIFETTOSO: ECCEZIONE O REGOLA?

Ultimamente mi è capitato che l'elaboratore testi che uso di solito e che non cito per carità, si è chiuso per ben due volte, inaspettatamente, come affermava con un antipatico eufemismo l'antipatica finestra apparsa al posto del documento sul quale stavo lavorando. Che sia una specie di vendetta? Non so. So che ho dovuto cambiare software.
Ora sentite una delle barzellette più vecchie della rete che però continua a girare da un indirizzo di posta elettronica all'altro.

Un pezzo grosso dell'industria del software - immaginate pure chi, e avrete ragione, ma può essere chiunque - un pezzo grosso del software si riempie la bocca di parole come: "Se il settore automobilistico si fosse sviluppato come l'industria informatica, guideremmo automobili da venticinque dollari che fanno cinquecento chilometri con un litro".  La facile replica di un dirigente dell'industria dell'auto fu la seguente: "Sì, e se le auto fossero come i programmi, si bloccherebbero due volte al giorno senza motivo e l'assistenza direbbe che l'unica soluzione è reinstallare il motore".
La battuta riassume uno dei più grandi problemi della tecnologia contemporanea. In un tempo sorprendentemente breve il software, poche decine di anni, è diventato cruciale per quasi ogni aspetto della vita moderna. Dai caveau delle banche ai semafori delle città, dalle reti telefoniche ai lettori dvd, dagli airbag delle automobili ai sistemi di controllo del traffico aereo, il mondo intorno a noi è regolato da linee di codice. Eppure gran parte dei programmi è semplicemente inaffidabile.

Volete qualche dato? Qualche anno fa avevo fatto una ricerchina e avevo appuntato, tra gli altri, Peter Neumann, ricercatore di informatica nel Menlo Park della California, che diceva:  "Man mano che aumenta l'importanza del software saranno più gravi le conseguenze eventuali di un codice scadente". Ed ecco che negli ultimi venti anni a causa di errori di programmazione – cito a memoria da altri programmi che avevo realizzato - è saltato il lancio di un satellite europeo, è stata ritardata di un anno l'apertura del costosissimo aeroporto di Denver, una missione della Nasa su Marte è stata cancellata, quattro soldati sono morti per lo schianto di un elicottero, una nave della marina statunitense ha abbattuto un aereo passeggeri e i sistemi per le chiamate delle ambulanze a Londra si sono bloccati causando la morte di almeno trenta persone. Centinai di metri quadrati di vetri di un grattacelo, sono scoppiati. Mi sembra a Boston.

Oggi, vista la crescente dipendenza dalla rete, direi che stiamo peggio di prima. I rischi sono aumentati, i sistemi di difesa no. Anche perché purtroppo non è esagerato dire che i problemi del software sono unici. Avete mai sentito dire da un ingegnere automobilistico che le macchine di oggi hanno gli stessi difetti di dieci o quindici anni fa? E nessun ingegnere aeronautico sostiene che Boeing o Airbus facciano aerei scadenti. Né gli ingegneri elettronici si lamentano di chip e circuiti. Gli ingegneri del software invece, quelli seri, non fanno che lamentarsi del loro prodotto.
Inoltre, mentre la continua messa a punto è regola normale e abitudinaria per la tecnologia tradizionale...  Voglio dire, gli ingegneri trovano sempre dei punti deboli nei loro progetti e un po' alla volta li correggono cosicché i prodotti migliorano in continuazione… Per il software è tutta un’altra faccenda. Prendiamo Windows XP, il sistema operativo della Microsoft vecchio di qualche anno, ma – a mio parere (non fidatevi del tutto, io sono un macintosiano...) - ancora il migliore tra quelli costruiti da MS. Da un programma come questo, con 45 milioni di linee di codice, ci si aspettava qualche errore. Ma quanti? Secondo uno studio compiuto su ben 13.000 programmi da un ricercatore dell’università di Pennsylvania, Watts Humphrey, i programmatori di professione compiono in media tra i 100 e i 150 errori ogni mille righe di codice. In base a queste stime, Windows XP, con le sue 45 milioni di righe di codice, dovrebbe aver avuto tra i cinque e i sei milioni di errori. Nella maggior parte saranno stati troppo piccoli per provocare delle conseguenze negative, ma alcuni – certamente molte migliaia – hanno causato problemi seri.

Naturalmente la Microsoft ha testato a lungo Windows XP prima di immetterlo sul mercato, ma, secondo gli esperti, in ogni fase di test si scoprono in genere meno della metà dei difetti. Così, se la Microsoft avesse effettuato quattro serie di test – cosa che non è avvenuta, perché si tratta di una procedura lunga e molto costosa - avrebbe scoperto al massimo 15 errori su 16. Sarebbero restati comunque cinque errori ogni mille linee di codice che potrebbe sembrare molto poco, ma che significa che il software avrebbe avuto ancora altri 225mila errori.  Ora va detto che non è che i programmi della Microsoft siano particolarmente difettosi; spesso i critici prendono a esempio i suoi prodotti perché sono i più conosciuti e non perché siano peggiori della media. Il problema evidente è che le tecniche per scrivere programmi non sono riuscite a tenere il passo dell'aumento esplosivo della loro complessità.

Questo a noi utilizzatori non interessa. A noi interesserebbe piuttosto che il software funzioni, tanto è vero che mi sono sempre meravigliato, finora, del fatto che siamo così tolleranti.

Il fatto è che nel mondo vengono distribuiti programmi così pieni di errori che sono una vera vergogna. E questo capita non solo perché i programmatori di professione, in un programma di una certa consistenza, compiono dai cento ai centocinquanta errori ogni mille righe di codice. Ma anche perché è cambiato il modo di lavorare. Quasi sempre – per esempio - manca un piano di programmazione. Le cose stanno così: i programmatori scrivono il codice dei programmi in linguaggi come Java, o C, o C++. Poi dei programmi specializzati chiamati “compilatori” rendono questo codice leggibile dai calcolatori, trasformandolo nelle stringhe di uno e di zeri comprensibili dai computer. I compilatori, normalmente, rifiutano il codice che ha problemi banali e si bloccano emettendo messaggi di errore.  Adesso che i computer sono molto diffusi e sono molto più potenti di anni fa, invece di pianificare meticolosamente il codice, come si faceva allora, i programmatori aspettano i messaggi di errore del compilatore. Se ci sono difetti e il compilatore non li rileva, ecco che il programma può funzionare anche molto male, specialmente se è molto corposo.

Sapendo che un codice è pieno di lacune, gli informatici hanno cercato delle tecniche per prevenire i guasti. La più nota è quella di progettare per componenti, un po’ come si costruiscono le  case con componenti prefabbricati e moduli intercambiabili. Purtroppo, dicono i critici, spesso le componenti sono messe insieme senza nessun disegno centrale, come se un costruttore cercasse di tirar su una casa senza un progetto.  L’esempio più evidente è lo stesso sistema operativo Windows. In una seduta del processo antitrust amricano di qualche anno fa Bill Gates aveva ammesso che il sistema operativo non funzionerebbe se gli utenti eliminassero delle singole componenti come i browser, i file manager o il programma di posta elettronica.

Windows è l’esempio più citato perché è anche il più venduto, ma sappiate che secondo la società di consulenza Standish, anni fa un quarto dei progetti di software commerciale è stato cancellato perché aggiustarlo sarebbe stato troppo oneroso. L’80 per cento dei budget per la costruzione di software impegnativo è – udite udite – dedicato alla correzione degli errori…   Ora succede che gli ingegneri delle società informatiche scelgano talvolta di ignorare i difetti, facendo finta di niente. Allora ci sono un mucchio di recensori, esperti, hacker, o utenti comuni pronti a rivelare i difetti, attraverso i canali dell’Internet. Purtroppo le aziende cercano sempre di più di scoraggiare le discussioni pubbliche e clausole poco visibili di molte licenze per il software vietano in certi casi di pubblicare delle prove comparative.   Per acquistare il popolare McAfee VirusScan, per esempio, i clienti dovevano promettere di non pubblicare recensioni senza il consenso del produttore, una condizione così assurda che lo Stato di New York ha citato in giudizio l’azienda per aver creato un patto “illegale e costrittivo che limita la libertà di parola”. E fortunatamente l’azienda ha perso la causa e ha cambiato atteggiamento.

I nodi verranno al pettine? Cambierà l’atteggiamento dei produttori di software? Vediamo di concludere questo discorso che sta diventando un po’ troppo lungo.

Il fatto più importante è che l’ingegneria del software è molto diversa dall’ingegneria tradizionale. Si sa che se un ponte resiste ad un peso di cinquecento chili, o anche ad un peso di cinquantamila, gli ingegneri possono dedurre che il ponte sopporterà tutti i valori intermedi. Con il software ipotesi del genere non si possono fare. Se inoltre è praticamente impossibile che un’automobile del 2011 sia meno affidabile di un’auto di dieci anni prima, non è raro che invece il software nuovo sia meno efficiente di quello vecchio.
Dicono i produttori del software che questo avviene perché lavorano sotto l’assillo di richieste straordinarie da parte degli utenti, mentre i produttori di automobili fabbricherebbero sempre lo stesso prodotto, una scatola con quattro ruote e un motore a combustione interna, da decenni.

Ora questo sarà anche vero. Ma appare evidente che spesso i programmi sono troppo complicati, e non ho l’impressione che la maggior parte degli utenti sia poi così contenta di questo. Inoltre nell’industria del software non c’è un metodo di indagine definito da applicare sulle prove fallite e non esiste un meccanismo che garantisca la divulgazione delle informazioni. A questo punto le vie d’uscita sono forse due. Una dipende dai produttori ed è quella di sviluppare il nuovo software per componenti. Allo stesso modo nel quale per costruire le case ormai si usano materiali standardizzati, dei moduli, si dovrebbero costruire i grandi programmi di software con elementi modulari intercambiabili ben collaudati. (Qui lo potete ben immaginare, ci saranno problemi di brevetti e di proprietà dei vari moduli con conseguenti liti tra i produttori di software...)

L’altra via, forse più importante, dipende dagli utenti, dai consumatori, che non dovrebbero più accettare, o subire, gli errori più macroscopici, e dovrebbero o evitare di acquistare software notoriamente difettoso, o unirsi per sviluppare grandi cause giudiziarie, costosi procedimenti penali, che obblighino i produttori a scrivere codice a prova di bomba.  Dicono gli stessi scienziati che si occupano del collaudo dei programmi: “o ci sarà una grande vertenza per la responsabilità del prodotto, o il governo dovrà intervenire a regolamentare l’industria. Qualcuno dovrà cedere. Non sarà carino, ma quando avranno una pistola puntata alla testa, le aziende troveranno il modo per migliorare il software”. Sarà vero?

 

 

17-06-2011

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Il computer ha l'Alzheimer, ovvero: la memora debole

Io ho il problema di fare back up – cioé copie di sicurezza – di informazioni, file musicali e immagini che riguardano il mio lavoro, e anche di avere la sicurezza che queste informazioni durino nel tempo senza perdere in qualità.
Purtroppo in generale – ma nel digitale la cosa è molto più evidente - il termine "per sempre" non esiste. Tempo fa circolavano riflessioni riguardo la generazione dei nostri figli: potrebbe essere la prima generazione a non conservare ricordi di sé.   Facciamo un piccolo confronto: tutti a casa abbiamo almeno una foto originale dei nostri nonni da giovani oppure una lettera autografa dei nostri avi e questo è possibile grazie al fatto che le fotografie e i fogli di carta, messi in un cassetto di una casa normale hanno pochi nemici (fuoco e tarli a parte) che li possano logorare, almeno per un periodo abbastanza lungo.  Con i supporti digitali il discorso cambia radicalmente. Il primo problema è proprio quello della durabilità.

A molti sarà capitato (a me – ahimé - è successo) di provare a leggere un DVD masterizzato pochi anni fa e di non riuscire a leggerne i dati.

Forse era colpa dei materiali utilizzati all'epoca e forse con i moderni supporti riscrivibili il problema è stato risolto, ma questo lo sapremo solo fra qualche anno, quando potrebbe essere troppo tardi per recuperare i dati contenuti in quei supporti.

Poi ci sarebbe il discorso dei vecchi software, dei diversi sistemi operativi, dei supporti troppo vecchi (chi è più in grado di leggere dati sui floppy disk di cinque pollici e un quarto?) il discorso delle interferenze elettromagnetiche sulle memorie magnetiche, le condizioni ambientali, ecc. ecc. In sostanza, questo voglio dire, bisogna essere consapevoli che se si vuole usare il digitale per conservare i nostri dati, dobbiamo sapere cosa fare per garantirne la durabilità.

E se questo vale per le nostre memorie personali, a maggior ragione vale per i centri di documentazione, gli archivi governativi, le biblioteche, le fondazioni culturali...

Per trasmettere il patrimonio culturale bisogna saper conservare, ma anche recuperare, le informazioni archiviate sui supporti più disparati. I motori di ricerca sono stati progettati per mettere ordine nel caos delle informazioni online, ma hanno creato crisi di identità tra gli archivisti e i bibliotecari. Vedere per credere il libro  di Stefano Vitali, studioso dell’archivio di Stato di Firenze, «Passato digitale. Le fonti dello storico nell’era del computer» (edizioni Paravia Bruno Mondadori).

In effetti non si tratta solo di tradurre in ambiente digitale documenti nati su un supporto fisico, ma anche di archiviare quanto, in modo ancora più volatile, viene diffuso nella Rete. Internet ha favorito la creazione, la conservazione e la manipolazione anche di archivi personali, e lo sviluppo di approcci più autonomi all’indagine tecnologicamente assistita, ma la durevolezza dei documenti digitali è messa in forse a causa dell’instabilità dell’hardware, della fragilità del software e dei supporti sui quali i dati vengono salvati, rischiando di compromettere la trasmissione fedele dei documenti o addirittura di impedirne del tutto la consultazione.

L’internauta aspetta di imbattersi in quello che vuole trovare: non a caso si chiama «navigatore». Mentre il nuovo archivista-ricercatore di professione deve saper recuperare in modo contestuale le informazioni digitali. Che la “Nuvola” di Steve Jobs rappresenti una soluzione? Con tutto il rispetto per Apple, al momento ho i miei dubbi. Smentitemi, per favore.

 

 

16-06-2011

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Benedetti microbi

Giugno piovoso… tempo da raffreddori. Lo sapete vero come si prende il raffreddore? Ci sono degli animaletti molto piccoli, li chiamiamo microbi, che lo portano in giro... sono almeno cinque con circa duecentocinquanta varianti... Il contagio avviene dal malato o  anche da un portatore sano per via aerea, attraverso lo starnuto,  perché si emettono goccioline di saliva che contengono una gran quantità di questi animaletti.... Anche la stretta  di mano con un soggetto ammalato può essere contagiosa.  Sicuramente si è più facilmente esposti al raffreddore  quando ci troviamo in uno stato di salute non buono o in una  condizione di debilitazione organica, perché queste  situazioni comportano un deficit delle risposte immunitarie. Questa è la mia situazione attuale ed è la scusa per questo "post" semiserio.
Ci si ammala spesso di  raffreddore per colpa del freddo, di una corrente d’aria o  per la pioggia, a causa del fatto che l'aria fredda  diminuisce le resistenze immunitarie della mucosa delle vie  aeree. Un altro comune veicolo di infezione è l'essere a  stretto contatto con persone raffreddate.
Un po’ per caso, un po’ per curiosità... ho impostato una ricerca sul raffreddore nel motore di ricerca Google e ho trovato oltre un milione e mezzo di siti. Otto anni fa con una ricerca simile ne avevo trovati 800.000, di siti. Praticamente la metà.
Ammettiamolo. Microbi, batteri, virus e associati non sono certo tra le creature più popolari dell'universo, e non solo per la questione raffreddore, che pure è piuttosto scocciante.
Alcuni esperti, per esempio Roberto Venturini, la mettono sul piano del marketing. In sostanza gli animaletti in questione non avrebbero saputo crearsi un’immagine di marca per la categoria. Cioé: microbi, batteri e virus non hanno una buona società di consulenza di comunicazione. E allora giù a beccarsi insulti e ad essere denigrati, anche quando non sarebbe il caso, come il non vedersi riconosciute tutte le cose buone che pur fanno per noi esseri umani.
Perché di cose buone ne fanno, come ci spiegano biologi e ricercatori.  Microbi, lieviti e compagnia sono alla base di processi economicamente importantissimi per la nostra società, come la produzione di cibi, di bevande alcoliche, di medicine. Senza microbi i bernesi della valle di Emme – tanto per dare un’idea - dovrebbero farsi i buchi nel formaggio col trapano e inoltre senza microbi ci scorderemmo lo yogurt e il pane sarebbe solo azzimo.
Ecco allora che una ditta fantasiosa ha deciso di fare un po’ di pubblicità e di dare un’immagine per lo meno simpatica ai nostri animaletti. Se andate al sito Giantmicrobes.com trovate un annuncio di questo genere: Benvenuto a GIANTmicrobes!  Facciamo animali farciti che assomigliano ai microbi molto piccoli -- soltanto li facciamo in un formato più grande di un milione di volte!  Attualmente disponibili:  Il raffreddore, l’influenza, il mal di gola, il dolore di stomaco, il piede dell'atleta, la birra & il pane, la morte nera, Ebola, l’acaro della polvere, e altri ancora.  Sono bambolotti di pezza grandi 15-20 centimetri, accompagnati da immagini reali del microbo che rappresentano e da una serie di informazioni sul microbo stesso. Manca ancora il famigerato "esterychia coli", "tetesco di cermania", ma non credo che tarderà molto.
Comunque ora anche gli animaletti che ci procurano il raffreddore hanno la loro immagine positiva. Intanto io, dopo l'ennesimo starnuto (l'avete sentito anche voi?), mi faccio il consueto scongiuro.

12-06-2011

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Ad multos annos, Coopuf!

AD MULTOS ANNOS COOPUF!

Il prossimo 4 maggio la Coopuf compirà 90 anni.

Nata per “procurare il miglioramento morale e materiale degli associati per mezzo della cooperazione”, negli anni si è sempre piu’ distinta per lo sforzo di animazione politica, culturale e sociale nella città di Varese.

Proprietaria dal 1937 dell’edificio in via de Cristoforis al nr.5 poi ingrandito negli anni 50, dagli anni 70 e 80 Coopuf (Cooperativa di Unione Famigliare) cede in affitto locali e uffici ad associazioni culturali e per la ristorazione che aggiungono importanti attività a quelle direttamente gestite dalla cooperativa stessa. Nomi come Cooperativa 900, Filmstudio 90, Cooperativa Sancho Panza, Zattera Teatro (e molti altri) rappresentano tappe importanti delle iniziative che hanno caratterizzato l’attività volontaristica di tanti soci della Coopuf.

Oggi Coopuf si presenta in veste rinnovata e con nuove iniziative che hanno già ottenuto il gradimento di molti cittadini.

Con uno sforzo economico non indifferente e grazie anche alla passione messa dalla ditta Castedil di Luigi Vanini, la Cantina è completamente ristrutturata e a disposizione delle tante associazioni, gruppi e singoli, tra cui citiamo Alfredo De Bellis di CoopLombardia, che in questi anni ci hanno dato fiducia, energia e sostegno per credere nel progetto di costruire una vera e propria multisala culturale qual’è oggi l’edificio di via de cristoforis 5.

Stiamo andando infatti verso un festoso 90mo anniversario sull’onda delle iniziative di Filmstudio 90, dell’Associazione teatrale “Giorni Dispari”, dell’associazione “El Quixote”, e grazie alle consulenze di Cobas e dei CUB, alle riunioni delle comunità di migranti della Nigeria, Costa d’avorio, Pakistan ed alle associazioni che affittano i locali Coopuf per i propri eventi e grazie anche all’ingresso di fantasiosi nuovi promotori come i gestori del “Twiggy Café” e “l’Associazione Grandangolo”.

Sempre di piu’ la cooperativa di Unione Famigliare apre i propri spazi come una piazza, per connettere, aggregare, accogliere, ricreare tessuto sociale.

Ad multos annos Coopuf!

15-01-2010

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ARRIVA IL 2010. Giovani, andate a zappare la terra!

Come augurio per il prossimo anno vorrei riportare alcuni concetti venuti fuori nella trasmissione "Parla con me" del 27 novembre scorso. Ospite di Serena Dandini e Dario Vergassola, Carlo Petrini fondatore di Slow Food, ma soprattutto fondatore e animatore di "Terra madre" (vedi http://www.terramadre.info/ vedi anche il bellissimo documentario di Ermanno Olmi: "Terra Madre" http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=58066 ).
Nel mondo produciamo cibo per dodici miliardi di viventi, siamo 6,2 miliardi e un miliardo muore. Vuol dire che più della metà del cibo che produciamo viene buttata nella spazzatura. In Italia si buttano 4.000 tonnellate di cibo all'anno, negli Stati Uniti 22.000 tonnellate e così via.
Allora si usa smodatamente la chimica, si usano smodatamente i terreni, si consuma smodatamente la natura per produrre di più, ma senza risultati, perché distruggere suolo, biodiversità, acqua, ecc. vuol dire autodistruggerci.
Cosa fanno i nostri dirigenti mondiali? Secondo il direttore della FAO basterebbero 44 miliardi di dollari all’anno per eliminare la fame del mondo. Lo scorso anno in due mesi la comunità mondiale ha trovato 2.000 (duemila) miliardi di dollari per le banche (per far riprendere l’economia, si dice). Pare esserci un certo squilibrio, vero?
Secondo Carlo Petrini la speranza contro le tre crisi, finanziaria, ambientale ed energetica è legata ad un nuovo paradigma che non sceglie più il consumo fine a sé stesso. Il consumo per il consumo. Il consumo non risolverà le crisi. Ci vuole molta più attenzione all'economia locale e occorre stabilire una nuova dimensione tra produttori e consumatori.
153 paesi, in Terra Madre, sono in rete. Potrebbero cambiare realmente l’economia della terra? L’idea forte è appunto quella di difendere l’agricoltura locale e la distribuzione ravvicinata tra produttore e consumatore. Il vero bisogno è una democrazia PARTECIPATIVA.
Ormai noi cittadini contiamo poco o niente. Andiamo a votare e han già deciso cosa andiamo a votare. I nostri problemi economici dicono che li risolve l’economia globale ad alti livelli. Noi non incidiamo su queste scelte, dobbiamo tornare ad essere protagonisti, nei nostri villaggi, nel rapporto città-campagna, nelle scelte fatte come consumatori, nel "nostro piccolo". La democrazia partecipativa avrebbe una forza enorme.
Conteranno le scelte delle nuove generazioni, ma ci vogliono gratificazioni per i giovani! Si vuole spendere sempre di meno quando già la retribuzione dei contadini è troppo bassa. Come potrebbero diversamente i giovani interessarsi all’agricoltura? La popolazione attiva in campagna ovviamente diminuisce (era il 50 per cento settanta anni fa, ora raggiunge a malapena il tre per cento e la metà ha più di 60 anni). Ma dato che noi non mangiamo computer, ci vuole un riconoscimento del lavoro che produce la materia per vivere. Ci vuole una gratificazione per chi fa il cibo. Oggi la modernità è pagare bene il contadino. O preferiamo spendere di più per le medicine o per le cure dimagranti piuttosto che per il cibo (buono)? La cosa sta già avvenendo.
Ecco, io non so quanto queste ricette di Petrini siano veramente efficaci e risolutive, pero' mi sembrano piene di buon senso... E siccome le grandi equazioni economiche non ci hanno certo reso migliore la vita, perché non provarci con meccanismi alla nostra portata?
GIOVANI! ZAPPARE LA TERRA RAPPRESENTA UN BUON FUTURO PER VOI!, lo ha detto come battuta di spirito Dario Vergassola, battua forse non originale, ma intanto leggetevi l'ultimo libro di Carlo Petrini:
"Terra Madre, come non farsi mangiare dal cibo" Editore Giunti-Slow Food.
Un viaggio che parte dall'esperienza di Terra Madre e delle sue comunità per ragionare attorno ai temi su cui è impegnata l'Associazione Slow Food prospettando una futura centralità della rete di Terra Madre rispetto alle politiche agro-alimentari fallimentari. In allegato al libro c'è un DVD dal titolo "Gente di Terra Madre", un filmato di 25 minuti con le piu' belle immagini di Terra Madre 2008. Costa 12 euro. 10 per i soci Slow Food.  Vincenzo Masotti.

09-01-2010

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L'ODIO IN RETE

Ma come, dirà qualcuno, odio in rete?... Certo che sì, risponde una ricerca del sociologo della comunicazione dell’università di Bologna, Antonio Roversi pubblicata un paio di anni fa e che mi è ripassata tra le mani: L'odio in Rete, siti ultras, nazifascismo online, jihad elettronica (editore: Il Mulino).

La ricerca di Roversi era partita dall'analisi dei siti degli ultras del calcio. E’ consuetudine radicata da anni il dispiegarsi negli stadi di  striscioni razzisti e simboli nazisti. il recente "affaire" Balotelli pare essere una delle cime di tanti iceberg. "Gli ultras italiani – scriveva Roversi - infiltrati da Forza Nuova (un movimento neo nazista) fanno propaganda per costruire una loro comunità. Ma in effetti predicano l'odio contro gli ebrei e la violenza fisica contro il nemico".

In effetti, l’odio che corre sul Web si nutre soprattutto di razzismo e di fanatismo religioso... E una nuova frontiera della violenza passa dalla miriade di siti che inneggiano allo scontro fisico, alla supremazia di una razza sull’altra e all’annientamento del nemico, di qualsiasi nemico si tratti: ultrà della squadra rivale, ebrei o negri, infedeli di un’altra religione o costruttori di minareti... 

Insomma, come per molte cose della nostra vita, a cominciare dal sesso distorto, la rete si è impadronita anche dei nostri sentimenti peggiori, facendosi veicolo di gruppi (o anche di singoli... chi può sapere infatti cosa c’è veramente dietro una pagina dell’Internet non firmata?) che veicolano messaggi inquietanti.

Io guardavo alla rete come ad un formidabile diffusore di cosmopolitismo, di universalismo e ugualitarismo, ma sapevo poco del suo “lato oscuro”. Ora vedo che, superato l’impulso a spegnere il computer di fronte ai linciaggi di "negri" proposti dai siti neonazisti americani, alle volgarità antisemite di certe pagine web italiane, alle canzoni di indottrinamento dei bambini palestinesi, ai resoconti delle azioni punitive delle camicie nere, al turpiloquio rabbioso degli ultras, Antonio Roversi ha scelto di intraprendere un viaggio conoscitivo nei siti web di gruppi ultras, movimenti nazifascisti, gruppi armati mediorientali, associazioni fondamentaliste americane. E salta fuori che i siti di questo tipo sono molto numerosi, hanno un pubblico fedele e presumibilmente ampio, costituito non di semplici curiosi, ma di persone che sull'odio hanno costruito il proprio rapporto col mondo e usano l’Internet per ritrovarsi, scambiarsi informazioni, infiammarsi reciprocamente, creare steccati, alzare barriere, scavare fossati. L'antica ostilità tra gruppi, etnie e culture si ripresenta armata della tecnologia più moderna. Non è più il caso di pensare che l’Internet possa aprire la strada verso un democratico villaggio globale. La rete è uno strumento come tanti altri,  e ormai si può dire che riproduce, e amplifica, un'incomunicabilità tra le galassie sociali in conflitto tra loro che richiederà molto tempo per trasformarsi, come sarebbe lecito sperare, nella capacità di integrare e confrontare serenamente sistemi di valori diversi.

Autore Antonio Roversi, titolo L'odio in Rete, siti ultras, nazifascismo online, jihad elettronica. Editore Il Mulino. 200 pagine, prezzo 12 euro.

 

 

02-12-2009

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Could you write about Physics so I can pass Scenice class?


KTMboDhaUxjfyBDDi - 29-09-2011